Il Moscato: la “bollicina” dei barbari? - Coppo

Il Moscato è un vino che trascende il tempo: dagli antichi romani ai giorni nostri, il suo consumo è stato probabilmente influenzato anche dalle invasioni barbariche.

Il Moscato è, tra i vitigni “autoctoni” piemontesi, uno dei più antichi. Del resto le uve moscate erano già note ai romani sotto il nome di Apianae, così chiamate poiché ricche di zuccheri che richiamavano in abbondanza le api. Persino Plinio il Vecchio, seguito da Palladio, ne fa esplicito cenno nei suoi scritti di agraria. L’etimologia del nome Moscato sembra invece rimandare al “sensibilissimo aroma, come di muschio” che caratterizza questa delicata e fragrante uva[1].

È comunque ormai accertato che questo vitigno, tanto apprezzato già nell’antichità, non possa essere incluso nel nostro patrimonio viticolo autoctono. Il vino che se ne otteneva era del resto originariamente importato in Italia dall’antica Grecia e passando dalla pianura padana o dalle zone meridionali della nostra penisola, arrivava infine a Roma.

La storia del Moscato dovrebbe indurci a ridimensionare il valore normalmente attribuito al concetto di autoctonia intesa in senso stretto. Il valore di un vitigno dipende, infatti, da un insieme di fattori: dalla sua versatilità nel radicarsi su di un territorio, dalla sua capacità di esprimere al massimo le sue potenzialità attraverso quel determinato territorio e soprattutto dalla forza di generare tradizioni durature e floride, come avvenne secoli fa a Canelli e nei territori limitrofi

Il palato antico, in generale, privilegiava i vini dolci. Basti pensare al mulsum romano (una miscela di vino e miele, offerta all’inizio del pranzo) o all’idromele greco (una sorta di antesignano del vino, ottenuto dalla fermentazione congiunta di acqua e miele).

Tuttavia è importante notare le differenze nelle modalità di consumo tra le popolazioni del nord (Celti e Germani) e quelle romane. Le popolazioni del nord non usavano annacquare il vino alla moda romana ed amavano conservarne, quanto più possibile, la naturale effervescenza. La forma delle coppe da loro usate era quindi stretta ed alta, adatta a ridurre l’evaporazione e a conservare la spumosità della bevanda.

I romani al contrario consumavano il vino fortemente annacquato, dopo averlo conservato in anfore resinate, arricchito di spezie ed infusi di erbe. La forma delle coppe romane era quindi larga e bassa, l’ideale per inebriarsi con i forti aromi della bevanda, servita spesso anche calda.

Suonerà forse paradossale, ma la verità è che il sofisticato modo di bere moderno deriva proprio dal progressivo affermarsi della cultura barbara su quella romana, allora considerata assai più civilizzata [2].

Ed è curioso che, già dal I secolo d.C., Hasta, nome latino di Asti, spicchi tra i luoghi più rinomati nella produzione dei calices destinati al consumo di quel vino non annacquato e leggermente effervescente [3]. Proprio quella città che, guarda caso, diventerà la capitale del Moscato, destinato a simboleggiare nel mondo il vino dolce e spumeggiante per eccellenza.


[1] A.Strucchi, Il Moscato di Canelli, UTET, 1895, pag. 9
[2] I. Gaddo, La vite e il vino nell’astigiano, Accademia University Press, 2013, pp 62-63
[3] Plinio, Naturalis Historia, libro 35, paragrafo 160